Piazza dei Ciompi a Firenze

lunedì 21 novembre 2005


La Vecchia Signora tira un sospiro di sollievo. L'alba. Per tutta la notte non aveva chiuso occhio, vegliando sulle sue cose, vecchie come lei. S'era aggirata nel buio e in solitudine, un poco dai vicini, i Martiri del Popolo, un poco tra la ghiaia del suo parchetto, dove Dahm passa anche le ore del sonno perché non ha un tetto, proprio come lei. Sì, lei ha il cielo, sopra il capo, e le stelle. Ogni notte esprime un desiderio e se lo tiene stretto stretto, appiccicandolo alle sue pareti, alle sue porte, ai suoi marciapiedi. Così vengono visti, toccati e calpestati da tutte le persone che passano da lei, ma nessuno può sentirli.
Quella notte, come ogni notte, la Vecchia Signora l'aveva passata tra le baracche del mercato delle pulci e la Loggia del Pesce, portandosi dietro il suo alone di antico splendore tra le diciotto colonne doriche, cantilenando canzoni perdute ai pesci raffigurati a due a due sui tondi decorati della Loggia, che, come si sa, è un
poco rimbambita, e quando incontra qualcuno che le dà da parlare, comincia a lamentarsi di tutto e di tutti, com'è abitudine degli italiani, soprattutto se sono in là con gli anni. In questo caso, secoli.


  • Ah, cara mia, tu sapessi com'io mi sento stanca! E che ti credi, ne ho passate, io, di peripezie! Codesti qui della città di Firenze non mi danno tregua! M'han fatta tutta a pezzi quei bischeracci! Il mio caro babbo mi diede vita nella grande Piazza della Repubblica, quattrocentoquarant'anni fa, e i pescivendoli venivan per davvero sai! Mica come adesso, ch'io non servo più a nessuno, se non al rimbambito del banco dei libri usati... -

  • Ma che dici, via, non farti uscire codeste parole di bocca, che se non ci fossi almeno tu qui da me, stai sicura ch'io me la passerei ancora peggio, sicché... - aveva risposto la Vecchia Signora alla Loggia.

  • Eh, amica mia, bada ch'io ti sono grata, non dimentico mica che te sei stata l'unica ad adottarmi, quando mi tiraron via dalla Piazza della Repubblica. -

  • Suvvia Loggia, non ti crucciare! Stai sicura, qui da me si sta più tranquilli. E poi dicon che di questi tempi la tua grande Piazza centrale sia diventata una Babilonia assoluta! -

  • Tu ci hai ragione cara, ma puoi ben capire che dopo quattro secoli passati nel lusso, essere tutta smontata, spezzettata, presa e trasportata da un'altra parte... -
  • Lo so, lo so. - la confortava la Vecchia Signora.

  • Eh, non mi son mica bastati codesti cinquant'anni per ambientarmi... Non me ne volere, niente di personale! - spiega la Loggia.

  • Sono sicura che ancora qualche decennio e poi ti sentirai qui come a casa! - le aveva augurato la Vecchia Signora.

  • Lo spero bene! -

E così la Vecchia Signora Piazza dei Ciompi era stata a sentire la Loggia pazza del Pesce per tutta la notte, attendendo che con il giorno qualcuno tornasse a darle una mano con le sue cose, a farle un po' di compagnia oltre a gatti randagi e foglie secche, folate di vento e fantasmi del Passato. Già, il Passato. È proprio lui che da qualche tempo non le dà tregua, poiché acciaccata e malaticcia com'è, deve fare i conti anche con lui. È tornato, e vuole qualcosa. Lo si sente nell'aria e la Vecchia Signora ha riconosciuto l'odore stantio del suo nero progetto. Ed è sempre lo stesso, badate bene, dall'inizio del mondo: che la storia si ripeta.


Il sole appena sorto fa il solletico alle foglie più alte del Grande Pino, che se ne sta, da sempre, al centro, fra le baracche del mercato, con il suo seguito di piccole pianticelle che gli stanno perennemente intorno come delle figlie un po' viziate. Maestoso come un re, sovrasta su tutto, ragionando e filosofando sulle cose del mondo e sulla vita. Ogni tanto butta un poco d'aghi sui tetti sfatti del mercato, cosicché questo sembri meno artificiale: ed ecco che tutto sembra più naturale, per lui che non può vedere ciò che gli uomini della Vecchia Signora combinano sotto quei tetti, tutti i giorni feriali e l'ultima domenica del mese, dal '63.


“Vendita di cose usate di scarso valore commerciale, piccolo antiquariato, oggetti d'arte e antiquariato”. Ecco che cosa combinano, i commercianti del mercato delle pulci, l'unica struttura stabile in Italia, con l'inusuale licenza di “venditori ambulanti a posto fisso”: vendono la vecchia Italia, quando possono, ma il più delle volte la fanno assaggiare. E non si lamentano certo degli aghi del Grande Pino sui loro tetti, ma delle sue radici che ormai, gigante com'è, rivoltano la terra e l'asfalto sotto i loro piedi, con conseguenze disastrose per l'aspetto e l'agibilità del mercato, a partire dai frequenti sgambetti del Grande Pino. Ed intanto lui cresce, arriva a toccare con le sue dita d'aghi sia i palazzi di un lato che quelli dell'altro lato; e riesce persino a sbirciare attraverso i vetri delle loro finestre, all'ultimo piano. Ma la sua passione sono quelle del Palazzo dei Ciompi, già Palazzo Pascolutti-Giani, che a metà del Settecento ospitò l'antica Accademia dei Risoluti, da cui poi nacque il Teatro Alfieri. Ora si tratta di un albergo di lusso, con ventuno “appartamenti per vacanze”, ristrutturati e con interni elegantissimi, dotati di affreschi del XIX secolo, mobili in stile e ogni tipo di comodità e servizio. Due ascensori modernissimi fanno la spola al suo interno, e tra le mille luci spettacolari per i clienti che spendono quasi mille euro a settimana, si ergono al quinto piano le terrazze con vista panoramica a trecentosessanta gradi su Firenze, che appartengono a camere matrimoniali da sogno. Ogni appartamento porta il nome di un grande artista di Firenze, ma la Loggia impazzita non sa che tra quelli c'è anche suo padre, il Giorgio Vasari.


“Buongiorno Grande Pino” dice con la mente Giovanni, l'impiegato dell'Arci. Il grande albero ne viene distratto, così si mette a seguire lui, dall'alto. Giovanni ha i capelli ricci e arruffati, viene da Napoli e ha l'aria svampita di chi non sa perché si trova lì; sa che anche oggi lo aspettano le ragazze del servizio civile nazionale e quella testa calda di Vittorio che avrebbe voluto la pena di morte per Benito Mussolini. Giovanni sa che l'Arci è un'associazione con principi di sinistra, ma intuisce che c'è qualcosa che non va nel lottare per la pace e il rispetto nel mondo e poi predicare la tortura di un dittatore. Perciò Giovanni ha l'aria confusa, eppure torna lì tutti i giorni, a lavorare, a sperare che arrivi qualcuno a cui spiegare qualcosa. L'Arci sta da due anni al numero undici, e sulla porta d'ingresso vi è scritto a mano “QUI NON ABITA BERLUSCONI”, ma ciò si può capirlo soltanto dando un'occhiata dentro l'edificio, se così si può chiamare, in cui la sede sta, tra i lavori di un cantiere e i muri sbriciolati. In passato era stata la casa di un uomo che lasciò scolpita una lastra di marmo in omaggio a Sant'Ambrogio: “Memoria presa da me Francesco Bocchi proprietario di questa casa come il dì San Guignio 1765 per un temporale assai strano trovandosi la processione del santissimo miracolo di Santo Ambrogio in via Ghibellina tornò indietro e per abbreviar la strada passò di via Borgo Allegri ed ebbe ricovero in questa mia casa per mezz'ora e posò in questo luogo”.

Arriva in quel momento anche Renato Scalìa, il commissario di polizia della questura di San Giovanni, che ha preso il posto di una banca cinque anni fa ed è già famosa per gli svariati casi risolti di traffico di droga, prostituzione e furti vari. Ha l'aspetto di un delinquente del meridione e, in realtà, anche lui viene da laggiù. Brizzolato, gel sui capelli, jeans stretti e giubbino di pelle. Un vero sciupa femmine, il commissario Scalìa. Eppure organizza le indagini, dà ordini agli agenti, si fa rispettare e ottiene ottimi risultati. Quando esce da lì, però, Renato è un sindacalista. E allora la Vecchia Signora Piazza dei Ciompi è acciaccata e malaticcia, sporca e degradata, non perché c'è delinquenza, non perché gli immigrati stanno giorno e notte al suo parchetto, ma perché non ci sono i fondi dello Stato per i servizi di pulizia delle sue vie. L'Italia è rovinata, questo governo sta facendo cose assurde, pensa Renato, e spera che la gente apra gli occhi. Le elezioni sono vicine.


Il sole ormai è alto e anche il banco dei libri usati sotto la Loggia del Pesce è imbandita: “Compri chi può, prima che il tempo muti, perché i libri lasciati son perduti”. La libreria ambulante e fantasmatica inizia ad attirare i suoi primi clienti, mentre ancora i commercianti del mercato delle pulci preparano le loro baracche, in passato fatte di tela fornite dal comune, poi rifatte più consistenti dai proprietari stessi dopo il grande incendio. La Vecchia Signora adora lo spettacolo dei preparativi per l'Italia vecchia, rappresentata da quei mucchi di cose inutili e consumate dal tempo. Si accomoda, e si gode la tragicommedia del mercato, con la puzza, sotto il naso, del nero progetto del Passato. Le foglie rosse delle piante rampicanti cingono le sei file di esposizione e danno un tocco di colore a questo luogo che pare in bianco e nero, sfumato, antico, a metà tra la foresta e il centro commerciale. La tettoia dell'ultima fila sembra di carta verde trasparente, macchiata e consumata, da cui si può scorgere qualche bella storia d'amore di un'Italia antica e sognante, ma da cui arriva solo l'incessante zampettìo dei piccioni. I vecchi tavoli di legno lasciati fuori a marcire fanno da punto di passaggio per foglie secche un po' curiose, di quelle che gironzolano ovunque cercando storie da raccontare, ma che poi finiscono per reinventarle.


Cristina porta fuori il tavolino e le sedie per i suoi ospiti, accanto all'esposizione dei copriletto afgani ricamati tradizionalmente dalle donne, che un uomo le porta da Roma; poi poggia sul tavolino la sua distintiva boccia di vetro dove fa nuotare il suo pesciolino rosso, e continua a scrivere i cartellini dei prezzi della sua merce, fatti con carte da gioco, ma solo di cuori. Il grande tavolo tondo di marmo ospita altre bocce di vetro, La Repubblica e qualche taccuino per gli appunti.
Stefano Biagi apre il suo cantiere delle meraviglie, magico e impolverato, fatto di piccole e grandi bellezze che vanno dall'Ottocento all'ultimo dopoguerra: macchine da scrivere di giornalisti di un'altra epoca, valigie rosicchiate dai mille viaggi, bandiere con cui i marinai si mandavano messaggi in codice dalle navi. Ma la meraviglia mozzafiato è quella che lascia fuori, mastodontica e regale: la pressa per stampa che arriva dall'Inghilterra, a cui Stefano tiene particolarmente. In realtà, non è sicuro di volerla vendere, ci si è affezionato.
La signora Stoiana Franceschi si è preparata per l'occasione come se fosse una serata di gala, e apre la sua elegantissima baracca di gioielli del Novecento come una vecchia regina che copre gli anni con trucco, nobili abiti e cappelli di stile, senza contare l'esposizione corporea dei suoi gioielli luccicanti. Sistema sulla vetrina la sua ultima chatelaine e ci poggia il più bell'orologio che ha.
Il signor Fabio Innocenti sfodera le decine di montature per occhiali e sistema fuori tavolini, sgabelli e sedie vecchie, portandosi ogni volta dietro le rughe che gli solcano il viso come tanti ricordi.
La signora Marzia Gabellini è eccitata per l'arrivo di un nuovo articolo, le cartoline-puzzle a tema. Come una bambina ficca le mani nella scatola dei pezzi e inizia a costruire paesaggi marittimi, cartoline militari e d'auguri, tra lampade, bigiotteria, francobolli e quadri. In un angolo, dimenticati, ci sono miniature di calendari grandi qualche centimentro, degli anni trenta.
La signora Tina, la più anziana, scontrosa come sempre si mette una sedia al sole e si addormenta così, seduta accanto ad un cassone, attirata da altri mondi.
La signora Lavinia Allegri, anziana anche lei, si lamenta con Antonio Frosini dei tempi duri:
Guardano, girano... e poi non prendono mai nulla! Oggi ho fatto un po' di spesa e ho speso quindici euro, senza comprare nulla! - I vasi cinesi della sua esposizione sono grandissimi.
Paola Pistolesi è immersa nel mare di lampadari che pendono a grappolo dalla tettoia, come fossero tanti boccioli trasparenti, e si riflette in uno specchio macchiato di tempo.
Laura Tucci ripara una teiera, mentre sul ciglio della sua porta sbuca un telaio rosso e verde, proveniente dall'alta Italia dell'Ottocento.


Ecco, è tutto questo che sta per scomparire. Il Passato fa dietro front e viene avanti, anziché tornare sempre più indietro.
Il comune non ha detto ancora nulla di certo – irrompe il signor Fabio Innocenti entrando nella baracca della signora Stoiana Franceschi, con l'aria agitata e la sua giacca a vento – Nessuno sa niente di certo, solo voci di corridoio -
E' da trent'anni che ne parlano, prima o poi doveva accadere. Loro decidono tutto. - risponde lei con il tono rassegnato di chi non ha speranza.
Ora cosa faremo? - chiede ingenua la signora Grazia Caldari.
Se dobbiamo andarcene, ce ne andremo. Ma non finisce qui, c'è talmente tanto da dire – dice il signor Fabio.
“La Nuova Piazza Ghiberti, grande seimila metri quadrati, è destinata ad ospitare il mercato delle pulci attualmente in Piazza dei Ciompi”. Ma chi avrà la gestione del mercato? La Firenze Parcheggi già si sfrega le mani avidamente, mentre il comune di Firenze pare lavori in segreto ed omertà, da oltre vent'anni, su questo trasferimento tanto agognato. È stato indetto un concorso per il progetto del nuovo mercato, con un laboratorio di progettazione composto dai rappresentanti dei proprietari e dei residenti. Ma chi sarà il vincitore del concorso? Quale sarà il progetto attuato? La licenza di ambulanti a posto fisso verrà cambiata?
Io spero in un nuovo tumulto dei Ciompi! - scherza Cristina con la sua frizzante vitalità. Eppure non ha idea di quello che dice.


Nessuno capisce bene cosa accadrà, ma la Vecchia Signora Piazza dei Ciompi scuote la testa, perché il Passato è alle porte. Toc. Toc. Toc. Porta fatti e uomini dell'antica Firenze, quella del 1378. Il Passato è sempre all'erta, ma questa volta è anche ironico. Il gonfaloniere di giustizia Silvestro de' Medici ora ha un nome diverso; i Ciompi, plebei dell'arte della lana, accomunati da una fratellanza energica, ora sono commercianti di cose vecchie che si fanno concorrenza l'uno con l'altro e difendono con forza i loro privilegi personali. Eppure, il potere, li ha imbrogliati una volta, nel luglio del 1378, ed allo stesso modo li tradisce oggi, per interessi economici e sete di guadagno. La storia si ripete.




Il ladro di fiori

giovedì 3 novembre 2005

[Roma, sei del mattino, quasi primavera. È ancora inverno, c'è un freddo pungente, ma dalle foglie sui rami si capisce che sta per arrivare. La primavera. Il sole ancora non è sorto, ma c'è una luce nell'aria, fioca e intensa allo stesso tempo. Solo il rumore delle macchine pulitrici della strada rompono il silenzio. Un uomo, avvolto da un cappotto lungo e nero, cammina per la strada che porta alla chiesa, dove due signore inginocchiate pregano, o forse dormono. L'uomo entra, percorre la navata centrale fino a metà e poi devia sulla destra, sparendo nella navata secondaria, che percorre fino all'altare secondario, infondo. Sta fermo, si guarda intorno, poi prende i fiori dall'altare, se li mette dentro il cappotto ed esce.]

...

Achille uscì di soppiatto, stando bene attento che nessuno lo avesse visto. Ormai i suoi fiori erano in salvo, stretti nella tasca della giacca sotto il cappotto. Si specchiò nella vetrina di un negozio chiuso e si ricompose. La sua figura da gentiluomo napoletano dell'Ottocento stonava un poco con le vie della Roma del terzo millennio, ma l'eleganza dei suoi passi echeggiava come una sinfonia per l'alba. Eccolo, il sole. Achille lo vide sollevarsi gagliardo sopra i tetti, sopra i sogni degli uomini, infine sopra il campanile della chiesa. Gli vennero in mente le belle parole di Giovanni Capurro, il suo più grande amico mai conosciuto. Sì, avrebbe voluto esserci in quel Cinquecento, quando il sole era stato celebrato in una canzone che continua nei secoli più viva che mai, e che ci fu rubata persino dai giapponesi che ci fecero il loro inno nazionale. Beh, in fondo è da lì che arriva il sole, pensò Achille mentre si dirigeva a passo deciso e regale verso il parco.
Le signore del piccolo quartiere iniziarono ad aprire ad una ad una le loro botteghe, così come l'amico giornalaio e il fruttivendolo. Tutto si risvegliava, la vita ricominciava a brulicare e Achille sentì un brivido di piacere quasi sessuale. Era malato di vita, Achille Serrao, ed era famoso per questo. Ognuno che lo incontrava lo salutava con affetto e stima, ma lui restava umile, e con gratitudine dava un gesto di gentilezza a tutti. Alle donne più belle, Achille faceva un gesto da latin lover napoletano, e tutte sospiravano, affascinante com'era col suo portamento e la sua sicurezza.
Si sentì soddisfatto di ciò che aveva costruito in quei cinquantaquattro anni e questo gli si palesava sul volto ogni qualvolta il suo sguardo incontrava quello di un altro. Perchè lui, almeno, c'era riuscito. Non aveva rinnegato le sue radici. Prima di tornare alle origini, non aveva mai vissuto veramente, ma poi l'illuminazione: fece dietro front, e dopo una vita spesa a correre, correre, ottenere risultati, provare cose nuove, cose del futuro, proprio del terzo millennio, aveva capito. Aveva trovato la soluzione al dilangante vuoto di valori e appartenenze della modernità. Achille fece dietro front e tornò alle radici della sua esistenza, vissuta nella capitale, ma iniziata dalla straordinaria Napoli dei suoi genitori. Ed ecco quello che fece: delle sue radici, ne fece il suo lavoro! Ora poteva dirsi davvero soddisfatto, vero: non aveva rinnegato.
Così ragionando, Achille arrivò al parco. Ah, il suo parco, la casa dei suoi sogni. Ma ancora non era il momento. Respirò a fondo il profumo della brina sull'erba e capì che doveva aspettare. Ancora non era il momento. Aspettò il tramonto, per farlo. Come un lupo mannaro assetato di tenebre.



Una tele-visione sacra

martedì 1 novembre 2005

[La sera del 18 maggio 1979 mi caddero gli occhi per terra, me ne accorsi perchè, pur trovandomi in piedi al centro della stanza, le palme che premevano le tempie e il naso all'insù, come se il setto nasale fosse stato preso all'amo e una lenza me lo stesse tirando sopra il soffitto, fissavo con un certo orrore un topo che strisciava lungo la parete sotto il letto.]
...



E mai fu benedizione più meravigliosa, perché proprio uno dei topi bianchi sacri del monastero indù me li prese con sé e me li portò a visitare la vita, fuori, proprio quella che la chiusura della sede religiosa induista, fino a quel momento, mi tenne celato. E non erano, badate bene, occhi morti i miei, ché tutto il visibile passava alla mia anima, lì nella stanza in cui restavo in piedi, piantato, col capo verso il cielo. Vidi la mia India vera senza filtri, quella dei bassifondi, quella degli intoccabili e quella dei bimbi nelle baracche, passando vicino al grande fiume, dove conobbi l'amore, quello delle madri, dei fratelli, degli sconosciuti. Mi venne in mente l'immagine sacra di Krishna, con in braccio il suo bambino, e compresi che era questo, che quella sterile stampa a colori intendeva, muta sopra l'altare, per anni davanti ai miei occhi, solo ora aperti. Vidi la vita in comunione, dove la sofferenza e la povertà diventano sorrisi che si può dare e ricevere, perchè è l'unica cosa che esiste, l'amore. Poi vidi l'odio, più in città, tra due cani che si contendevano una carcassa putrida. Sentii l'odore stagnante della morte, là nella mia stanza, in piedi, e mi sentii svenire. Ma il bianco topo sacro continuò nel suo viaggio di redenzione, e mi portò sull'albero più alto, in cima: ecco, ora c'era l'intera Nuova Delhi davanti a me, con i suoi fumi e le sue luci al tramonto, i suoi fachiri e le sue donne in sari. Vidi un piccolo mondo, da quell'albero, e riscendendo sentii una vertigine. Mi sedetti sul letto, pieno di emozioni dissonanti: il fuoco dei fachiri e l'acqua del fiume; la donna, l'uomo; l'odio e l'amore, la morte e la vita. Lo yin e lo yang. L'universo. Il bianco topo lasciò cadere piano, con la sua aura di sacralità, i miei occhi, prima di allora ciechi.




 
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